Vinicio Capossela l’ho ascoltato con attenzione la prima volta qualche anno fa e l’album che avevo nello stereo di allora era una copia di Canzoni a Manovella. Non avevo mai sentito nulla del genere e quella diversità mi colse di piacevole sprovvista, perché mi chiedevo dove mai avrei trovato qualcosa di simile quando avessi consumato le tracce di quel compact disc. Mi misi a cercare, dopotutto anche Vinicio doveva aver preso ispirazione da qualche parte… Trovai Tom Waits, ne trovai altri, ma nessuno di loro spiegava Capossela, e in fondo nessuno di loro mi restituiva quelle emozioni pure e cristalline.
Vinicio prende una realtà e la riporta in musica; l’ascoltatore non può farci nulla, viene preso e gettato in un mondo nuovo, spesso non suo, ma che è proprio quello nel quale l’autore voleva che finisse. Chi ha ascoltato il Gigante e il Mago si è ritrovato in un circo da fiaba di inizio novecento. Ora, con Marinai, profeti e balene, siamo caduti in un mare onirico dell’ottocento, un mare che è di tutti e di nessuno, che incanta e pare quasi reale.
Perché questa necessità di portarci sempre e costantemente in un altro mondo? Vinicio ha compreso perfettamente che per poter cambiare lessico musicale e verbale ha bisogno di un contesto che, semplicemente, lo renda pienamente comprensibile. È questa la potenza della musica “estetica” di Capossela: è in grado di creare un mondo con le sue grammatiche e i suoi significati, con le sue emozioni e con le vite di sirene, meduse, nostromi…; vite come le nostre, ugualmente incasinate e tragiche, con gli stessi nostri vizi insensati, ma che nelle canzoni di Capossela possiamo vedere e comprendere grazie al manto protettivo della metafora.
È così che Vinicio riesce a fare etica pur scrivendo su un’impalcatura puramente estetica. Il suo bene si confonde con il bello quasi come se ci fosse una soluzione di continuità tra questi due grandi concetti irrisolti della mente umana. Eppure lo sappiamo benissimo che spesso anche il male ha un suo fascino estetico (perché la guerra è bella anche se fa male), Capossela lo giustifica?. Il problema si scioglie nella prassi di un mondo, quello di Vinicio, che proprio per il semplice fatto di non aver chiara la distanza tra bene e male, si limita a una contemplazione estatica del bello, dell’affascinante. Bene è essere bello secondo un qualche canone estetico, anche secondo quello del perdente, anche dalla parte di Spessotto, ma bello e buono dal punto di vista in cui Vinicio si pone per descriverlo.



















