Ivano Fossati, Lindbergh. Non sono che il contabile dell’ombra di me stesso. Se mi vedete qui a volare è che so staccarmi da terra e alzarmi in volo come voialtri state su un piede solo. Difficile non è partire contro il vento, ma casomai, senza un saluto.
Charles Lindbergh era un pazzo di venticinque anni, uno di quelli che arrivato a metà strada tra i venti e i trent’anni decidono che è arrivato il momento di tentare qualcosa che possa permettergli di scrivere il proprio nome nella storia. Charles c’è riuscito, ma a ben vedere non era quello il suo scopo, ne aveva uno più alto e più ampio, che gli avrebbe consentito di aprire le porte del mondo all’aviazione, agli aeroplani, la sua grande passione; quei marchingegni con le ali che fino ad allora, nel 1926, erano ancora confinati ad ambiti molto ristretti della vita umana.
Quando Raymond Orteig lanciò la sfida andando in cerca di qualcuno disposto a trasvolare l’Oceano Atlantico, Lindbergh era capitano alla US Air Mail. Postini dell’aria, piloti che volavano a vista a bordo di biplani carichi di grossi sacchi pieni di lettere. La compagnia era nata pochi mesi prima e Charles volava sulla linea postale St. Louis-Chicago. I primi tempi erano stati buoni per gli affari, i sacchi erano sempre ben colmi, ma con il passare del tempo e dopo che lo scalpore iniziale dato dalla novità lasciò il posto al ritorno della normalità, i sacchi iniziarono a sgonfiarsi. Dopotutto il risparmio di tempo che si poteva ottenere grazie alla posta aerea era allora di poche ore.
Proprio mentre il volume di affari scendeva, Charles Lindbergh, che in qualità di capitano della compagnia aveva pilotato il biplano durante il volo d’inaugurazione del servizio, iniziava a pensare alla traversata e alla possibilità effettiva di riuscire a portare a termine l’impresa. Non era il primo a tentare. Pochi mesi prima da Parigi avevano spiccato il volo il Capitano Nungesser insieme al tenente François Coli, secondo pilota e ufficiale di rotta. Decollarono da Parigi, al secondo tentativo, perché la prima volta l’aereo non volle saperne di staccare le ruote dalla pista di decollo. Sarebbero dovuti atterrare a New York, ma non ci arrivarono mai. Furono avvistati per l’ultima volta sui cieli di Boston, poi l’Uccello Bianco, il loro biplano Levasseur, terminò il carburante e cadde. Non furono i primi a perdere la vita tentando quell’impresa. Nemmeno gli ultimi purtroppo.
Lindbergh seguì attentamente la vicenda e fu proprio durante quel maggio 1926 che andò maturando la convinzione che il problema principale di tutte le spedizioni fosse il peso. Trimotori, biplani, equipaggi composti da due, tre, quattro persone; per trasportare tutto quel peso era stato necessario un quantitativo enorme di carburante che a sua volta aveva contribuito ad appesantire il velivolo generando un evidente circolo vizioso. Fu proprio a causa di queste motivazioni che lo Spirit of Saint Louis sarebbe stato profondamente diverso. L’aereo di Lindbergh avrebbe fatto i conti con la realtà, non avrebbe cercato di piegarla alle proprie esigenze.
Per realizzare quel progetto serviva un pazzo, un dissennato disposto a volare da solo, a bordo di un aeroplano senza nemmeno i finestrini, con un solo motore e con un solo paio d’ali. Servivano Charles Lindbergh e lo Spirit of Saint Louise, il suo monoplano. Grazie alla drastica riduzione dei confort a bordo e alla rivoluzionaria concezione ingegneristica, quell’aereo era una piuma se confrontato agli altri; ma nessuno a parte Lindbergh riteneva possibile che un solo uomo potesse pilotare e calcolare la rotta lungo un viaggio di oltre trenta ore.
Il 20 maggio 1927 alle ore 7.52 durante una mattina di pioggia Charles Lindbergh staccò le ruote dalla pista del Roosevelt Field, vicino New York. Durante il viaggio, oltre che contro al sonno e alla stanchezza, dovette lottare contro il gelo, che inevitabilmente sferzava la pelle e ghiacciava gli strumenti di volo. Diverse tempeste magnetiche misero a rempentaglio il mantenimento della rotta, ma Charles si dimostrò stoico nel riuscire a controllare tutti i pericoli cui era esposto. Dopo 33 ore, 30 minuti e 29 secondi di volo Charles mise piede sulla pista d’atterraggio del Champs de le Bourget nei pressi di Parigi. L’impresa era compiuta e un pezzo di storia scritto.
Charles Lindbergh, Spirit of St. Louis, Einaudi. Ma allora cosa sono io: la sostanza corporea che vedo con gli occhi e palpo con le mani? Oppure sono questa comprensione, questa più alta intelligenza che abita in essa, e che pure si espande attraverso l’universo esterno; una parte di tutta l’esistenza, senza alcun potere ma anche senza bisogno di poteri; immersa nella solitudine, eppure in contatto con tutto il creato? Vi sono dei momenti in cui le due cose sembrano inseparabili, ed altri in cui esse potrebbero essere separate l’una dall’altra mediante un semplice raggio di luce.


















