Martin Heidegger. Siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere.
Sembrava quasi che l’unica cosa che mancava alla filosofia fossero le parole, quelle giuste per uscire dal circolo vizioso generato da un pensiero che prima o dopo commette l’errore fatale di ripiegarsi sempre su se stesso. Una barriera da superare, un ostacolo, che Martin Heidegger decide di lasciarsi alle spalle attraverso la poesia e i suoi concetti vaghi. Il suo pensiero non si dipana certo sui versi di un componimento lirico, sono altresì le immagini evocate che vanno a confluire in un pensiero ampio e rivoluzionario, uno degli ultimi grandi sistemi del novecento.
L’uomo di Heidegger è un esserci gettato nel mondo. Un esistere, un vivere. Non è nulla, eppure è tutto. È una vita che si dispiega e che tesse i fili della propria storia avendo come punto d’incontro con la realtà il suo tempo presente. L’uomo è il suo presente e perlopiù vive in modo inautentico, sbagliando il bersaglio fondamentale dei suoi scopi in virtù dell’inganno in cui cade, vittima del suo continuo arrabattarsi nel “qui ed ora”. Esserci, gettato in un’apertura sul mondo.
Il nostro mondo è roccia dura, acqua, aria; è un fatto. Il mondo di Heidegger e dei suoi esserci è un angolo prospettico, un significato in continua relazione con l’uomo e la sua cultura dominante che, sola, è quello squarcio sul buio della realtà, come un faro che ci guida nella comprensione e nell’attribuzione dei significati.
È possibile attribuire un significato autentico alla vita? Per Martin esiste un solo modo: precorrere la morte, figurarsela, immaginarla così intensamente da giungere all’estremo dell’angoscia che arriva facendo vacillare tutto quanto ci circonda. Precorrere il tempo in cui non saremo. Percepire il niente, l’assenza dell’ente, e lasciare che quella sensazione di angoscia e di nulla ci rigettino alla nostra esistenza, alla nostra vita nella quale possiamo affermare che ancora ci siamo e che quello è il vero valore: esserci, nulla più.
Il pensiero di Martin Heidegger è stato accusato di originare un’etica melliflua, sostanzialmente inesistente. Il suo esistenzialismo, che pone la morte come estremo significante della vita, sembra concedere all’uomo e al suo vivere autentico la sola soluzione di non preoccuparsi delle cose del mondo. La noncuranza verso il presente e verso le questioni prettamente materiali però non ha mai fatto parte della Filosofia di Heidegger, forse di lui come uomo, ma mai del suo pensiero. L’uomo autentico non lascia che il mondo gli scivoli addosso, semplicemente lo affronta con uno spirito più votato alla reale percezione della scala di valore con cui capisce il mondo.
Non è semplice Heidegger, eppure lo diventa non appena si entra nel suo universo, non appena si intuisce il suo modo di ragionare. E ne vale davvero la pena, perché la sua filosofia è capace di cambiare per sempre il modo in cui si guarda alla realtà; a quella di tutti i giorni, a quella di domani.
Non sono certo di essere riuscito a scrivere qualcosa di comprensibile, anzi, se devo essere sincero non lo credo affatto. Nemmeno l’argomento è in realtà riassumibile in un post: abbiamo tralasciato persino la Tecnica, uno dei cardini di questa filosofia. Riterrò di aver fatto un buon lavoro se almeno un paio di quelli che non conoscevano Martin Heidegger prima d’ora avranno voglia di approfondire l’argomento.


















